Raccontare una vita

5 Gen 2026

Veramente è possibile “raccontare” una vita?

Quando proviamo a farlo, ci sembra sempre di inseguire un filo che sfugge. Un riflesso che si sposta più in là, appena oltre lo sguardo.

Eppure il nostro quotidiano è intriso di storie. Infinite storie.

Il presente è un continuo raccontarci: seguiamo ricordi che sono stati, sporgiamo verso un futuro che non c’è ancora. Ci muoviamo in questo spazio incerto, tra ciò che ricordiamo e ciò che immaginiamo.

Ma la parola arriva sempre “dopo”.
Porta in sé una memoria. Un richiamo.

Quella memoria ci dice il vero?
Quella parola riesce a mostrare ciò che è accaduto?

E poi: è davvero il “vero” quello che cerchiamo quando raccontiamo?
O cerchiamo altro — suggestioni, orme, tracce di qualcosa che non si lascia dire del tutto?

Questa domanda chiede di essere esplorata insieme.

Ti invitiamo a sostare su queste parole e a condividere il tuo pensiero. Non servono risposte definitive, solo la tua voce che entra nel dialogo. Un frammento, un’intuizione, una domanda che nasce da queste righe.

Lascia qui la tua traccia.

Appunti dell’incontroRaccontare una vita

6 Comments

  1. Daniela Natale

    Secondo me nel racconto di una vita esistono tre tipi di deformazione del vero.
    La prima è quella che avviene nella nostra mente,
    la seconda nel momento in cui traduciamo un pensiero in parole
    e la terza è in ciò che recepisce chi ascolta.

    Bisognerebbe davvero in primo luogo guardarsi dentro con onestà, non perderci pezzi di vita solo per apparire migliori a noi stessi.

    In secondo luogo bisognerebbe raccontarsi, non a tutti, ma a quei pochi coi quali ti sembrerà che un dolore condiviso faccia meno male e una gioia condivisa venga raddoppiata.

    Grazie Francesco per gli spunti di riflessione a cui inviti nelle tue serate.
    E complimenti per le persone che ti accompagnano in questo tuo cammino.
    Un grazie anche a tutti i presenti. Da ognuno di loro un invito a riflettere su aspetti mai esplorati sull’argomento trattato.

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    • Francesco

      Il racconto è un invito. Mentre ti racconto di me ti sto facendo partecipe dei miei ricordi, delle mie emozioni. Vorrei tu li vivessi mentre io li rivivo. Mi racconti di te e mi stai inviando nel film della tua storia della quale sei il regista. Non tutti raccontano, il popolo racconta! L’aristocrazia no, lei si autocelebra, non ti invita partecipare ma ti induce ad ammirare perché necessita di conferme. Raccontiamo di noi, di altri perché è sociale ed abbiamo sempre bisogno di condividere.

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      • Francesco Paolo Criscuolo

        Ciao Franco,
        non poteva esserci incipit migliore alla tua riflessione.
        “Il racconto è un invito”.
        Ebbene è così. Il racconto è aprire lo scrigno dei propri ricordi che, per quanto sfuggenti, mostrano noi stessi.
        Aprire quello scrigno è un atto di coraggio verso l’altro e verso noi stessi.
        Ho molto apprezzato il tuo richiamo alla “socialità” del racconto. Hai dato così un tono potente ma meno ingombrante al nostro raccontarci donando una giusta misura all’importanza della “condivisione”.
        Grazie di cuore per questo tuo pensiero.

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    • Francesco Paolo Criscuolo

      Ciao Daniela,
      apprezzo tanto il tuo richiamo all’onestà.
      In effetti il rischio di “raccontarsi per apparire” è sempre presente e molto alto per il periodo storico che viviamo.
      D’altronde il primo ascoltatore del racconto siamo noi stessi e, in questo mondo fatto di sovraesposizione, il rischio di “raccontarsi migliori” è molto elevato.
      Detto questo io continuo a credere nella potenza del racconto e soprattutto, nei tanti effetti che inevitabilmente ci sfuggono, se restiamo solo ancorati al “dire il vero”.
      Il nostro tono di voce, le nostre movenze, la scelta delle parole, il nostro sguardo sono solo alcune delle tante cose alle quali tante volte non facciamo caso ma che daranno tono e senso al nostro “raccontarci” e che spesso andranno oltre il “fatto accaduto” o “l’emozione provata” innescando o rinnovando quel “legame” di cui si è parlato all’incontro.
      Grazie ancora per esserci stata e per queste tue riflessioni.
      Continua a condividere i tuoi pensieri.
      Ti aspetto.

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  2. Lucia Rocco

    Il tentativo di “raccontare” una vita somiglia terribilmente al gesto di chi cerca di fotografare il vento: ciò che resta nel fotogramma è il movimento delle foglie, non l’aria che le abita.

    Ci illudiamo che la narrazione sia una questione di memoria, di un archivio mentale dove i fatti siano catalogati con ordine. Ma la mente è un testimone inattendibile: non c’è alcuna “fotocopia” della realtà, perché non esiste un fotografo lucido mentre la vita accade. Quando l’esistenza ci investe, non registriamo dati; spesso i fatti esterni non vengono nemmeno recepiti. La vera sostanza del racconto non abita lì, ma nel ricordo — in quel gesto, come dice l’etimo, di “riportare al cuore”.

    Noi non raccontiamo fatti, raccontiamo il riverbero emotivo che quei fatti hanno lasciato addosso. La “verità” di ciò che è accaduto è un concetto fragile, quasi inutile: ciò che è reale è il filtro dell’emozione attraverso cui quella storia è passata. Un evento tragico può restare un vuoto pneumatico nella cronaca ma un boato nel sentire, mentre un dettaglio insignificante può farsi pilastro di un’intera identità solo perché quel giorno profumava di pioggia.

    Dunque, come decidiamo di raccontare una vita? Certamente non con la cronologia, che è una rassicurante bugia postuma. Ci muoviamo in uno strano mix, in una tensione tra i frammenti sparsi della mente e il battito prepotente del ricordo. Raccontarsi è un atto di fede verso le proprie emozioni, l’unica traccia che non ha bisogno di prove per essere vera.

    Raccontare e raccontarsi sono tra le pratiche più interessanti di autocoscienza, a patto di sapere cosa stiamo facendo. Nel momento in cui ricordiamo, riconosciamo quell’emozione originaria; ma la volta successiva che narreremo quello stesso fatto, dovremmo fare attenzione: il nostro ricordo, o il modo di esporlo, sarà cambiato. Chiedersi come e perché la nostra narrazione cambia (perché cambia) é uno straordinario modo per abitare davvero la nostra storia.

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  3. Francesco Paolo Criscuolo

    Vorrei soffermarmi, in questa mia breve riflessione, su un tema fortemente sentito che sistematicamente balza fuori ogni volta che ho tenuto questo incontro (anche nell’ultimo all’Hub-Side).
    Il tema della “verità”.
    Da più voci viene espresso un bisogno di vero sia nel raccontarsi sia nell’ascoltare un racconto dall’altro.
    Comprendo benissimo questa esigenza ma ritengo, per certi versi, molto pericoloso soffermarci sul vero del racconto.
    Se mai fosse possibile tradurre in parole la “verità” dell’accaduto, di una emozione, questa stessa “verità” diverrebbe un monolite, un recinto perfetto dove il racconto finirebbe lì rinchiuso e il suo effetto svanirebbe in quell’attimo di presunta “verita”.
    Cerco di spiegarmi meglio. Se il nostro raccontarci (vedi appunti dell’incontro in allegato) nasce dal ricordo e lo stesso ha la forma di traccia, quindi dai contorni non perfettamente definiti, più che pensare una “verità a monte” del racconto dovremmo pensare un “farsi verità” del racconto stesso durante il suo volgersi. Ma questo “farsi verità”, paradossalmente, non si nutre della “verità assoluta” ma dello scambio emozionale che nasce dal racconto stesso trasportando chi parla e chi ascolta verso un universo condiviso.
    Io racconterò di me stesso, di un altro me stesso, e tu ascolterai un altro me stesso che non coinciderà perfettamente con il vissuto ma che, allo stesso tempo, rappresenta me e ti dirà di me.
    Allora la verità, che si materializzerà per un solo istante “a valle” del raccontarsi, sarà anch’essa una traccia che produrrà sconfinati effetti, aprendo il racconto al dialogo.
    Resta sempre, seppur evitiamo il concetto di “verità”, il tema della responsabilità e lo esprime magnificamente Jacques Derrida.
    Il raccontarsi, il testimoniare di se stessi è “un’attestazione in cui io devo impegnarmi ad affermare come mia la responsabilità che rielaboro attraverso la memoria. È solo nella forma di tale attestazione responsabile che io posso legarmi a me stesso, e cioè all’altro che io sono innanzitutto per me stesso in un momento altro da quello dell’esperienza puntualmente presente ed in sé ineffabile”.
    Ho volutamente scelto questo passo di Derrida, non solo perchè esprime in maniera chiara il concetto di responsabilità, ma anche perchè contiene al suo interno la parola “legame” che, grazie all’intervento nell’ultimo incontro di Luisa Di Monda, è divenuta un ulteriore sentiero interpretativo da scoprire.
    Il raccontarsi come “creatore di legami” o come “rinnovarsi di legami” è una possibilità che mi ha fatto pensare molto e che voglio lasciare a voi come ulteriore traccia per future vostre riflessioni.
    Un caro saluto a tutti.

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