Il paradosso del Corpo

2 Apr 2026

“Sia che si tratti del corpo altrui o del mio proprio corpo, ho un solo modo di conoscere il corpo umano: viverlo, e cioè far mio il dramma che lo attraversa e confondermi con esso. Io sono dunque il mio corpo, per lo meno nella misura in cui ho un’esperienza, e reciprocamente il mio corpo è come un soggetto naturale, come un abbozzo provvisorio del mio essere totale. Così, l’esperienza del corpo proprio si oppone al movimento riflessivo che libera l’oggetto dal soggetto e il soggetto dall’oggetto, che ci dà esclusivamente il pensiero del corpo o il corpo in idea, e non l’esperienza del corpo o il corpo in realtà”[1]

 

Corpi che parlano e che riflettono di corpi, è questo l’incredibile paradosso che viviamo quotidianamente.

Eppure la nostra condizione umana vive di questo paradosso. Contemporaneamente siamo un corpo e abbiamo un corpo. Oscilliamo tra questo essere e avere, entriamo ed usciamo da queste due dimensioni senza sosta.

Emblematico è l’esempio di Husserl della mano che tocca l’altra mano. In quell’istante il corpo diventa toccante e toccato, sensibile a se stesso, è allo stesso tempo “corpo-cosa” e “corpo-vivo”, “corpo-vissuto”, “corpo-proprio”.

Nonostante gli sforzi di Husserl e di tanta filosofia primo-novecentesca, la questione del corpo risulta essere ancora totalmente irrisolta.

L’intera tradizione del pensiero occidentale moderno, fino ai giorni nostri, è stata pesantemente influenzata dalla scissione cartesiana tra mente (res cogitans) e corpo (res extensa).

Da un lato abbiamo il corpo,l’estensione, oggetto di studio delle scienze empiriche, che si può misurare e quantificare: un corpo biologico, oggettivo, una somma di membra, un corpo meccanico che si può tentare di aggiustare come fosse una macchina e d’altro lato il pensiero, lo spirito, l’anima, il soggetto riflessivo, l’Io, lares cogitans.

“Sommerso dai segni con cui la scienza, l’economia, la religione, la psicoanalisi, la sociologia di volta in volta l’hanno connotato, il corpo è stato vissuto, in conformità alla logica e alla struttura dei vari saperi, come organismo da sanare, come forza-lavoro da impiegare, come carne da redimere, come inconscio da liberare, come supporto di segni da trasmettere.”[2]

Ed ora che siamo pienamente immersi in questa immane rivoluzione digitale che sembra spazzare via lo stesso corpo, inevitabilmente sorgono nuove atroci domande: come può il corpo annullare il corpo? Potremo ancora parlare di “umano”?

Ci ritroviamo nuovamente nel paradosso ma questa volta veramente drammatico.

Nell’incontro si è provato tutti insieme, per quanto sia stato possibile, a recuperare un pensiero del corpo che possa trasformare la “lacerazione” in “la soglia” per tentare di vivere questa linea immaginaria che separa l’essere corpo e l’avere un corpo.

Proviamo qui a seguire questa possibile traccia ( vedi appunti   Il paradosso del Corpo), sapendo che, alla fine, non faremo altro che rinnovare questo eterno paradosso…Corpi che scrivono di corpi.

 

[1]M. Merelau-Ponty,Fenomenologia della percezione, Il saggiatore, Milano 1965, p. 271

[2]Umberto Galimberti,Il Corpo, Feltrinelli, Milano, 2010, p.11

(in foto: illustrazione di Giorgia Zanotto)

0 Comments

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati*